Quando scatta un’ordinanza di non potabilità, i sistemi di comunicazione non sempre raggiungono tempestivamente tutti i cittadini, alcuni dei quali ignorano la contaminazione. Quali sono i rischi e cosa può fare ognuno di noi?
Hanno saputo del divieto con giorni di ritardo. Nel frattempo hanno continuato a bere inconsapevolmente l’acqua cotaminata del rubinetto. È quanto denunciano alcuni residenti di Castelfranco, frazione del comune di Rieti, in una lettera aperta al sindaco di Rieti pubblicata dalla stampa locale il 2 luglio.
In sintesi, tra il 19 e il 30 giugno la frazione di Castelfranco è stata oggetto di una serie di provvedimenti di non potabilità dell’acqua, conclusisi con la revoca dopo dodici giorni. Cosa significa un’ordinanza di non potabilità — chi la emette, cosa comporta, quando preoccuparsi — è un argomento che abbiamo già affrontato e non ripeteremo qui gli stessi concetti. Tuttavia, la vicenda di Castelfranco merita un articolo a parte. Infatti, gli interrogativi che sono emersi non riguardano solo il caso specifico, ma ogni Comune d’Italia.
L’ordinanza c’era, ma l’informazione non è arrivata a tutti
I firmatari della missiva indirizzata al sindaco di Rieti denunciano soprattutto il sistema di informazione, che non raggiunge tutti i cittadini. Nel caso specifico, la comunicazione sarebbe avvenuta principalmente attraverso il sito istituzionale e i canali online del Comune, senza l’affissione di manifesti nelle vie interessate né la trasmissione di avvisi diretti alle famiglie. Nella lettera si fa notare che nelle zone coinvolte vivono anche persone anziane, ma il punto — precisano gli stessi firmatari — vale per tutti i cittadini, che non possono essere obbligati ad avere un computer o a navigare su internet per ricevere un avviso così importante per la propria salute. E i firmatari pongono una domanda difficile da ignorare: come è possibile che si affiggano manifesti ovunque per eventi e viabilità, ma non per un’ordinanza che riguarda la salute pubblica?
In questo articolo non entreremo nel merito della polemica tra cittadini e Amministrazione. Sarà il Comune a chiarire tempi e modalità della divulgazione e, comunque, va detto che l’iter tecnico — campionamenti, controanalisi, revoca — ha seguito il suo corso regolamentare. Ma il problema sollevato è reale e riguarda tutta l’Italia: un’ordinanza di non potabilità protegge la salute solo se raggiunge le persone prima che aprano il rubinetto. La normativa sulle acque destinate al consumo umano (D.Lgs. 18/2023) prevede espressamente che, in caso di potenziale pericolo per la salute, i consumatori siano informati tempestivamente e ricevano le indicazioni necessarie. Nella pratica, la comunicazione efficace è quella multicanale: avvisi online, sì, ma anche manifesti nelle vie interessate, allerte SMS, stampa locale e, nei casi più delicati, comunicazione diretta a scuole, strutture sanitarie e attività alimentari.
La questione, quindi, non è puntare il dito contro un singolo Comune. Piuttosto, è prendere atto che tra il momento in cui il problema viene rilevato e quello in cui l’ultima famiglia della strada ne viene a conoscenza può passare qualche giorno. E chi non sa, utilizza tranquillamente l’acqua del rubinetto.
Nel caso di Castelfranco i comunicati non specificavano il tipo di contaminazione
Nella vicenda di Castelfranco c’è un altro aspetto che colpisce. I comunicati ufficiali parlano genericamente di anomalie nei parametri della rete idrica e di superamento dei valori previsti dalla normativa vigente, senza mai specificare il tipo di contaminazione.
Non è un dettaglio da poco. Sapere se la non conformità era microbiologica (ad esempio batteri coliformi o enterococchi intestinali, indicatori di contaminazione fecale, come nel recente caso di Laconi in Sardegna) oppure chimica (nitrati, arsenico, metalli, sottoprodotti di disinfezione) cambia molto la lettura del rischio. Infatti:
- Una contaminazione microbiologica può dare effetti a breve termine (disturbi gastrointestinali), ma di norma è un episodio circoscritto e reversibile, legato a infiltrazioni o eventi puntuali sulla rete.
- La non conformità chimica raramente comporta rischi per esposizioni di pochi giorni, perché i limiti di legge sono calcolati su consumi prolungati nel tempo, ma è importante capire l’origine del problema.
Chi ha bevuto l’acqua contaminata ha tutto l’interesse a conoscere il parametro coinvolto, anche solo per parlarne con il proprio medico con informazioni precise invece che con timori generici. Sebbene la vicenda sia chiusa, per propria tranquillità si potrebbe richiedere questa informazione al Comune o alla ASL, perché i risultati delle analisi sulle acque destinate al consumo umano sono resi pubblici.
Dopo la revoca, possiamo stare tranquilli?
Attenzione a non confondere due cose diverse: il rischio per chi ha bevuto in quei giorni è un conto, lo stato degli impianti dopo la revoca è un altro.
La revoca dichiara conforme l’acqua della rete, ma non pulisce automaticamente gli impianti interni delle abitazioni. E qui cambia il responsabile. Il gestore idrico risponde della qualità dell’acqua fino al punto di consegna. Dopo il contatore, la responsabilità passa al gestore idrico della distribuzione interna (GIDI).
Chi è il GIDI? Può essere l’amministratore di condominio, il proprietario dell’immobile oppure, nelle grandi strutture, un soggetto delegato. E in caso di contaminazione biologica, è bene che si ponga una domanda: l’acqua inquinata può aver trasportato microrganismi patogeni dentro tubazioni e rubinetteria? I batteri, infatti, possono insediarsi e proliferare nei biofilm che rivestono l’interno degli impianti.
È buona norma, quindi, dopo la revoca del divieto:
- Far scorrere abbondantemente l’acqua da tutti i rubinetti, per spurgare le tubazioni interne dall’acqua che vi ha stazionato durante il periodo di non conformità, se l’inquinamento era di natura chimica.
- Prevedere analisi microbiologiche di laboratorio, se la contaminazione era di natura batteriologica.
- Nel caso in cui l’abitazione o il condominio disponesse di serbatoi di accumulo o autoclavi, considerare che l’acqua non conforme potrebbe avervi stazionato per giorni. In questi casi, si raccomanda di far eseguire un lavaggio e una disinfezione dei dispositivi di accumulo prima di tornare all’uso normale.
Come proteggersi
Ed eccoci alla riflessione più ampia che questa vicenda suggerisce. Episodi come quelli di Castelfranco e di Laconi, a poche settimane di distanza l’uno dall’altro, ricordano che la qualità dell’acqua di rete può variare nel tempo. E, come ha mostrato il caso di Rieti, tra il momento in cui un problema si verifica e il momento in cui tutti i cittadini ricevono l’informazione potrebbero passare giorni. È una finestra che nessun sistema di comunicazione, per quanto ben organizzato, potrà mai azzerare del tutto.
L’unico modo per proteggersi è agire al punto d’uso. Un depuratore a osmosi inversa installato sotto il lavello costituisce una barriera domestica aggiuntiva e permanente per l’acqua destinata al consumo umano (bere e cucinare). La membrana osmotica trattiene la gran parte dei contaminanti disciolti e riduce drasticamente la carica microbiologica al punto d’uso, cioè al rubinetto collegato. Questo accorgimento protegge in caso di un’anomalia di cui è sfuggita l’informazione. Tuttavia, come ogni impianto, l’osmosi inversa protegge solo se correttamente mantenuta, con la sostituzione regolare di filtri e membrana e la sanificazione periodica. È evidente che un depuratore installato nel sottolavello non depura l’acqua di tutta casa: un inquinamento da batteri all’interno degli impianti va comunque eliminato con un adeguato sistema di disinfezione. Infine, è importante ribadire che, in presenza di un’ordinanza ufficiale, le indicazioni del Comune e della ASL vanno sempre seguite alla lettera.
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